domenica 2 dicembre 2007

Nel dopo-Kyoto meglio Blair che Prodi di Carlo Lottieri


Nel dopo-Kyoto meglio Blair che Prodi di Carlo Lottieri. Da: L’Indipendente, 3 dicembre 2005

Quest’anno il consueto rito del megaconvegno dell’Onu sul clima si svolge nella cornice di Montreal, in Canada. Rispetto agli appuntamenti precedenti, l’undicesima Conferenza delle Parti presenta due novità: da un lato il protocollo di Kyoto è entrato formalmente in vigore, e quindi i suoi i termini sono vincolanti per i paesi che l’hanno ratificato. Dall’altro lato, la scadenza del 2012 si fa più vicina e il probabile insuccesso del trattato costringe a spingere lo sguardo oltre.
Secondo le proiezioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Europa (che di Kyoto è il più strenuo sostenitore) mancherà l’obiettivo di un buon 7%. Può sembrare poco, ma se si pensa che l’impegno del Vecchio Continente era quello di ridurre le sue emissioni dell’8% al di sotto dei livelli del 1990, le dimensioni del fallimento sono più chiare.
In verità, l’Agenzia suggerisce che si può arrivare molto più vicini al target in presenza di non meglio precisate “misure addizionali”. È chiaro che essa esclude un razionamento dei consumi di energia (insostenibile economicamente, oltre che improponibile sul piano politico) e che essa semmai rinvia ai meccanismi offerti dal protocollo di Kyoto: l’acquisto di “quote di emissione” o le forme di cooperazione con altri paesi sviluppati (Joint Implementation) o paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism). Sotto questo profilo l’Italia si è mossa bene, grazie soprattutto all’azione del direttore del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini, che ha portato a casa interessanti accordi con Cina e l’India. Ma si tratta solo di palliativi, necessari ad ammortizzare gli impatti che potrebbero derivare dall’attuazione del protocollo.
Quello che non tutti comprendono è che la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (che di per sé può rappresentare un obiettivo desiderabile) è gravida di conseguenze. L’economia globale è fortemente dipendente dalla combustione di idrocarburi, che rilascia gas (in particolare l’anidride carbonica) sospettati di acuire “artificialmente” un fenomeno naturale, cioè il riscaldamento globale. Ridurre le emissioni significa ridurre i consumi di energia, cioè aumentarne il prezzo. Una mossa insostenibile in un momento difficile come l’attuale.
Del resto, non mancano le valutazioni sugli effetti di Kyoto. I modelli macroeconomici stimano che l’Europa perderà, al 2010, tra lo 0,5 e il 2% del suo prodotto interno lordo se vorrà davvero raggiungere gli obiettivi di Kyoto. Secondo uno studio dell’International Council for Capital Formation e dell’Istituto Bruno Leoni, all’Italia lo sforzo costerà almeno 2 punti di Pil e distruggerà centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se stessimo crescendo a ritmo sostenuto, forse potremmo prendere in considerazione l’idea di rallentare, per guadagnarci in termini ambientali, ma ora siamo sull’orlo del baratro e rischiamo di fare il proverbiale passo in avanti...
Di energia l’Italia ha un bisogno crescente. Martedì, secondo i dati diffusi da Terna, si è raggiunto un nuovo record storico nei consumi elettrici, toccando la soglia dei 54.200 megawattori. A tale risultato si è giunti a causa dell’ondata del freddo e della scarsa luminosità (tipica della stagione), ma questo è solo un segno di come sia difficile frenare i consumi.
D’altro canto, non bisogna dimenticare che, prima di impiccarsi alle regole di Kyoto, vale la pena guardare anche ai suoi potenziali benefici. Ebbene, i sacrifici europei non ne produrrebbero alcuno. La riduzione delle emissioni a livello globale sarebbe infima, specie alla luce della crescita di economie inquinanti come quella indiana e cinese. Inoltre le attuali conoscenze scientifiche non ci consentono di dire con precisione se e quanto l’uomo sia responsabile del riscaldamento. Se emergesse che esso dipende largamente da cause naturali, come le variazioni nel ciclo solare, ci troveremmo a spendere risorse enormi per nulla.
Naturalmente, possono esserci strategie alternative che siano compatibili con l’obiettivo dello sviluppo. L’amministrazione americana, incassando il sostegno (anche se parziale) del premier inglese Tony Blair, spinge da tempo per concentrarsi sull’innovazione tecnologica e la rimozione delle barriere alla crescita. In questo senso, può giocare un ruolo importante la tecnologia nucleare. Perché tale sentiero sia fruttuoso, però, è essenziale capire che da un lato bisogna abbandonare i pregiudizi tecnofobici, e dall’altro quelli statalisti. L’energia non è un bene diverso dagli altri: se lasciata al mercato possiamo aspettarci progressi nei settori che sono più promettenti. Viceversa, affidare allo Stato la pianificazione della produzione di energia rischia di sbarrare strade che potrebbero portarci invece molto lontano. Da un certo punto di vista l’esperienza del nucleare è esemplare: forse se fosse stato gestito da privati le tensioni politiche, che infine sono sfociate nei referendum del 1987, avrebbero avuto un impatto meno violento.
Purtroppo non molti leader politici ne sono consapevoli. La recente folgorazione di Prodi per l’energia solare lo dimostra: al fondo c’è sempre e solo l’ossessione per la programmazione, l’idea che Roma possa e debba affrontare tutte le scelte cruciali per la crescita del paese. Nello specifico, poi, quello del sole è un vero e proprio abbaglio: anche se fosse più efficiente di quanto non sembri, oggi al sole dobbiamo una percentuale minuscola della nostra elettricità, ed è impossibile che essa possa raggiungere livelli significativi nel breve termine.

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