lunedì 3 dicembre 2007

La nuova strategia di Bin Laden


La nuova strategia di Bin Laden
di Matteo Gualdi - 1 dicembre 2007
C'è qualcosa di strano nell'ultimo messaggio di Osama Bin Laden, trasmesso ieri dalla televisione satellitare araba Al Jazeera. Una nota stonata, qualcosa di nuovo, di mai sentito. «Assicuro tutti gli afghani che i talebani non ne sapevano niente (dell'attentato alle Torri Gemelle, ndr)», ha detto Bin Laden. La cosa strana è proprio questa. Altre volte il leader di Al Qaeda aveva rivendicato apertamente, con orgoglio, la propria decisione di attaccare l'America, ma mai prima d'ora aveva voluto apertamente «scagionare» i talebani. Questo riferimento, questa frase, non sono stati inseriti per caso. Fermo restando che non si sa ancora a quando risalga il messaggio (sicuramente a qualche tempo fa, visto che non si fa alcun riferimento alla Conferenza di Annapolis), la sensazione però è che questa frase sia stata inserita per un motivo molto semplice: il popolo afghano accusa i talebani di aver protetto Bin Laden, scatenando la guerra in Afghanistan. In sostanza, i nemici non sono gli americani, ma Bin Laden ed i talebani stessi.
Questo cambiamento di prospettiva della popolazione afghana costringe Al Qaeda, ormai alle corde, a rivedere la propria strategia. Da una parte, allora, Bin Laden tenta di riabilitare i talebani, rivendicando la totale paternità della decisione di attaccare l'America, dall'altra rivolge contro la popolazione gli attacchi suicidi, nella speranza di fiaccarla e spingerla a chiedere alla Nato di ritirarsi. Dopo l'attentato in cui hanno perso la vita diversi bambini ed il maresciallo Daniele Paladini, i servizi di intelligence di diversi Paesi hanno lanciato l'allarme: è in atto una svolta tattica che porta a colpire la cooperazione tra la Nato e la popolazione locale, tra militari e civili, per ostacolare la ricostruzione (che agli afghani dà lavoro sottraendo manodopera ai signori del terrore) e indebolire il governo centrale.
Viene da chiedersi, a questo punto, per quale motivo lo stratega Bin Laden abbia deciso di riproporre una formula che sta sostanzialmente fallendo in Iraq. La risposta è semplice: perché l'Afghanistan non è l'Iraq. La differenza principale è nell'impegno delle forze Nato in Afghanistan e quello delle forze della Coalizione di Volenterosi che ha partecipato alla guerra irachena. In sostanza, la strategia di Al Qaeda è stata sconfitta in Iraq nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso l'invio di nuove truppe. Da allora, lentamente, gli iracheni hanno capito che non sarebbero stati abbandonati al proprio destino ed hanno scelto di appoggiare gli Stati Uniti nella battaglia contro Bin Laden ed i suoi portatori di morte. I quali si sono così rivolti contro la popolazione, considerata ostile ed alleata degli infedeli. E' stata la determinazione di Bush a sconfiggere l'esercito di Al Zarqawi. In Afghanistan, invece, le cose stanno andando diversamente. Il Senlis Council ha recentemente tracciato un quadro molto fosco della situazione: il 54% del territorio nazionale afghano è nelle mani dei talebani, che non solo infestano le zone orientali ma controllano anche importanti nodi infrastrutturali (per non parlare del mercato dell'oppio).
Così oggi Bin Laden scommette che in Afghanistan le cose andranno diversamente rispetto all'Iraq, scommette sulla debolezza dei leader occidentali e sul potere delle minoranze di «pacifinti» che si annidano nella nostra società e che esercitano pressioni fortissime nei confronti dei governi. L'Italia, in particolare, è considerata il ventre molle della coalizione, perché le forze maggioritarie in parlamento dovranno affrontare a breve un voto di rifinanziamento della missione che ancora una volta avverrà dietro il ricatto della sinistra comunista, oggi più che mai agguerrita e determinata a portare a casa un risultato politico dopo lo smacco subito sul welfare. Ma, naturalmente, non ci sono solo gli italiani. La debolezza della Nato, di tutti i Paesi che la compongono, si è palesata al vertice dei ministri della Difesa, tenutosi a Noordwijk ad ottobre. In quell'occasione, nonostante le pressioni angloamericane e dei vertici dell'Alleanza Atlantica, che chiedevano elicotteri, aerei d'attacco ed almeno 3.000 militari di reparti da combattimento da schierare al sud, gli alleati europei hanno risposto in maniera negativa (sono stati racimolati meno di 600 soldati), dimostrando una forte debolezza e ponendo le basi per una possibile sconfitta. I tentennamenti degli ultimi mesi, difatti, hanno incoraggiato il leader di Al Qaeda e portandolo a giocarsi il tutto per tutto. Il messaggio diretto al popolo afghano è semplice: «I vostri uomini, donne e bambini riempiono gli ospedali a causa degli invasori occidentali, che vi hanno attaccato pur sapendo che voi non c'entravate nulla con l'attentato dell'11 settembre. Liberatevi degli americani e tornerete a vivere in pace».
Per contrastare questa strategia, che farebbe ripiombare l'Afghanistan nel medioevo talebano, consentirebbe ad Al Qaeda di ripristinare i suoi santuari in cui esercitarsi indisturbata e rappresenterebbe una grandiosa vittoria di immagine per Bin Laden, occorre opporre la massima fermezza, dimostrare coesione e, soprattutto, dimostrare di «crederci». L'unica strada per fare questo è rinnovare e rafforzare l'impegno nel teatro afghano, per ottenere i risultati conseguiti in Iraq, dimostrando alla popolazione la nostra determinazione ad aiutarla a percorrere la lunga e difficile strada verso la vittoria definitiva.
Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
http://www.ragionpolitica.it/testo.8693.html

Nessun commento: