venerdì 30 novembre 2007

FOLGORATI SULLA VIA DI DAMASCO

FOLGORATI SULLA VIA DI DAMASCO

di Gianandrea Gaiani

La politica estera italiana non ha mai brillato per coraggio e chiarezza di posizioni e negli ultimi anni, caratterizzati da consistenti e numerosi impegni militari, ha trascinato nel “mare dell’ambiguità” anche la nostra politica di Difesa e Sicurezza. Gli avvenimenti delle ultime settimane sembrano rafforzare ulteriormente questa tendenza con prese di posizione tese a favorire movimenti e regimi dispotici e terroristici. In Afghanistan non vogliamo impiegare i nostri soldati in operazioni offensive ma siamo i primi a contestare la NATO e gli USA per le vittime civili che purtroppo caratterizzano ogni guerra e soprattutto quei conflitti nei quali i miliziani provocano e cercano di provocare lutti tra la popolazione. Il risultato è che gli anglo-americani ci considerano degli ipocriti, non si fidano di un alleato che pur avendo (finalmente) ricevuto armi pesanti non va a stanare i talebani a poche miglia dalle sue basi ma lascia il compito agli alleati anglo-americani (che con i canadesi hanno avuto oltre cento caduti dall’inizio dell’anno) per poi criticarne i “metodi violenti”.

La conseguenza, come raccontiamo in questo numero di AD, è che gli alleati hanno ridotto il flusso di informazioni d’intelligence dirette al nostro comando a Herat considerandoci più un peso che un contributo allo sforzo bellico. Del resto quanto la credibilità italiana sia ridotta ai minimi termini lo si è visto chiaramente al vertice di Roma sulla giustizia in Afghanistan al quale il segretario di stato USA, Condoleeza Rice, non si è neppure fatta vedere e dove il segretario generale della NATO, De Hoop Scheffer, ha detto chiaramente che i programmi di ricostruzione non sono attuabili se prima non si sconfiggono sul campo i talebani. Sempre che l'allarme per i danni collaterali non si riveli una bufala, quanto meno per l'entità reale delle vittime civili. A questo proposito il comandante di ISAF, il generale Dan McNeil, ha dimostrato come molte stime sulle vittime civili siano enormemente esagerate mentre chi, come l’Italia, chiede meno bombardamenti aerei, dovrebbe essere disponibile a inviare più truppe (in prima linea, non nelle retrovie).

Da notare poi che continua la censura più volte denunciata dal nostro web-magazine nei confronti della stampa che non può visitare il contingente ad Herat ne seguirne le attività. Nulla di stupefacente per un governo che considera i media un fastidio. Il vicepremier Massimo D’Alema lascia a terra dall’aereo di stato (non dalla sua barca!) un giornalista della Stampa perché quel quotidiano ha scritto un articolo che non è piaciuto al ministro. Il vice ministro Vincenzo Visco non risponde alle domande di due giornalisti del Secolo XIX rei di aver realizzato un’inchiesta su di lui che a quanto pare non lo ha entusiasmato. Parisi in compenso non fa distinzioni. Nessun reporter aggregato ai contingenti in Afghanistan o in Libano, indicazioni ai comandanti di evitare contatti con i media, ufficiali addetti stampa ridicolizzati e resi del tutto superflui da direttive che li obbligano a dirottare su Roma i giornalisti che chiedono informazioni sulle attività operative.

A cosa serve un ufficiale addetto stampa ad Herat se non può diffondere informazioni sulle nostre forze ? Cosa avranno mai da nascondere al Ministero della Difesa dal momento che, come ci ripetono ossessivamente, i nostri soldati non attaccano i talebani e il nostro governo critica persino gli alleati che lo fanno ?

Perché nessun comunicato ufficiale della Difesa ci ha informato degli scontri, anche recenti, sostenuti dalle truppe afgane nel settore italiano? O della piena operatività degli elicotteri da attacco Mangusta, degli UAV Predator e dei cingolati Dardo ? in compenso ci continuano a bombardare di notizie su scuole ricostruite e viveri distribuiti. Di figuraccia in figuraccia, tra incompetenza e arroganza, la gestione della politica estera italiana è riuscita a bruciare ogni residuo di credibilità italica anche in Medio Oriente, dove il fatto di detenere il comando di UNIFIL ci dovrebbe imporre un minimo di decenza. I pellegrinaggi di alti esponenti governativi e della maggioranza in Siria (Diliberto, D’Alema e Dini) ha indotto gli israeliani a dubitare della nostra “equivicinanza” e le fonti anonime che avevano accusato D’Alema di aver trovato un accordo con i siriani per garantire il nostro contingente in Libano contro attentati terroristici sono state smentite con toni aspri ma non per questo convincenti.

La credibilità di UNIFIL è andata a farsi friggere soprattutto quando da Roma e dal comando di Naqura ci si è affrettati a smentire ogni responsabilità da parte di Hezbollah per l’attentato contro la colonne di caschi blu spagnoli. Ma se lo sanno anche i bambini che nel Libano del sud non si muove una foglia senza il consenso di Siria e Hezbollah!
Basti pensare che dal settore spagnolo, pochi giorni prima, erano stati lanciati quattro razzi contro Israele. Secondo indiscrezioni israeliane anche gli spagnoli avrebbero raggiunto segretamente un’intesa con Hezbollah per evitare nuovi attentati seguiti a ruota da altri paesi che schierano truppe con UNIFIL. Difficile quindi aspettarsi una reale efficacia militare dai 12.000 caschi blu in Libano e tanto meno che intercettino quei carichi di armi diretti a Hezbollah confermati nei dettagli da un rapporto ONU realizzato in Libano da cinque esperti guidati dal danese Lasse Christensen.

Gli esperti hanno concluso che numerosi passaggi di confine con la Siria vengono utilizzati da trafficanti, terroristi e agenti stranieri. Il rapporto precisa che le forze di sicurezza libanesi non fanno abbastanza per fermare i traffici o sono colluse con i trafficanti e sostiene la necessità di schierare lungo il confine forze di polizia multinazionali. Il Consiglio di Sicurezza discusse l’anno scorso l’invio di un corpo di polizia internazionale a presidiare i 370 chilometri di frontiera siriana, ipotesi poi abbandonata quando Damasco annunciò che lo avrebbe considerato “una aggressione”. E infatti invece di indurre Damasco a collaborare, l’Italia si schiera contro “l’isolamento di Siria e Iran” dimenticando che sono sponsor e fomentatori di tutti i gruppi guerriglieri e terroristici in Medio Oriente: dall’Iraq ad al-Qaeda, da Hezbollah a Hamas.

Lamberto Dini, presidente della commissione Esteri del Senato, è rimasto letteralmente folgorato sulla via di Damasco dichiarando in un’intervista a “Repubblica” che in Siria l’estremismo islamico avanza a causa della mancata restituzione delle alture del Golan da parte di Israele. Secondo Dini, che non esprime una sola critica al regime di Assad e di cose militari evidentemente si intende molto, “non si capisce a cosa serva oggi l'occupazione del Golan. Non certo per assicurarsi una difesa. La Siria non è assolutamente in condizione di attaccare Israele. Non dispone di armamenti tali da far paura a una potenza nucleare come Israele. La Siria non rappresenta una minaccia. E il Golan non serve a Israele.” Per Dini inoltre anche la crisi in Libano è ovviamente determinata da Israele, la Siria non fa filtrare armi verso il Libano, Hezbollah e Hamas sono importanti forze politiche. D’Alema, forse per paura di sfigurare con il senatore che lo precedette alla Farnesina, ha rilasciato un’intervista al “Corriere” nella quale invece di prendere una posizione netta nella guerra civile palestinese tra Fatah e Hamas invita Israele ad "allentare la morsa dell’occupazione e della colonizzazione”. Con questa politica estera l’Italia è già fuori dall’Occidente, anche da quello più moderato.

La fonte e' Analisi Difesa, la rivista mensile diretta dall'autore dell'articolo.

http://www.analisidifesa.it/

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