Idealismo assassino
Riflessioni sul comunismo a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino
di Paul Hollander
7 Novembre 2009
La percezione pubblica delle atrocità su vasta scala, degli omicidi e delle violazioni dei diritti umani commessi in nome e per conto del comunismo è alquanto scarsa. Ecco perché anche in seguito alla caduta del comunismo sovietico, sono numerosi gli intellettuali occidentali che hanno conservato la convinzione che sia il capitalismo la radice di tutti i mali. (Washington Post)
Il muro di Berlino caduto vent’anni fa è stato un simbolo che ben si addice al comunismo. Ha rappresentato un tentativo storicamente senza precedenti d’impedire alla gente di “passare dall’altra parte” e lasciarsi alle spalle una società che non approvava. Il muro era solo il segmento più evidente dell’immenso sistema di ostacoli e fortificazioni della Cortina di Ferro, che si estendeva per migliaia di chilometri lungo il confine del “Commonwealth socialista”. Io sono uno di quelli che sono riusciti a superare questi ostacoli nel novembre del 1956, quando vennero parzialmente e temporaneamente smantellati lungo il confine austro-ungarico. Le esperienze vissute nell’Ungheria comunista, dove ho vissuto sino all’età di 24 anni, hanno inciso per molto tempo sulla mia vita e sul mio lavoro.
Benché gli americani, tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento, fossero estremamente interessati al comunismo - qualcuno con ostilità, qualcun altro con simpatia - del comunismo sapevano in realtà ben poco. E poco vien detto, qui e oggi, sul crollo dell’impero sovietico. La fugace attenzione prestata dai media al gran peso degli eventi della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta fa il paio con la loro iniziale indifferenza nei confronti dei sistemi comunisti. La percezione pubblica delle atrocità su vasta scala, degli omicidi e delle violazioni dei diritti umani che si verificarono negli stati comunisti è scarsa. Lo è ancor di più se confrontata con la percezione dell’Olocausto o del nazismo, che comunque hanno portato a un numero di vittime molto inferiore. La quantità di documentari, lungometraggi o programmi televisivi sulle società comuniste è qualcosa di ridicolo in rapporto a quelli sulla Germania nazista e/o sull’Olocausto, e sono poche le università che organizzano corsi sugli stati ancora comunisti e su quelli che non lo sono più. Per la maggior parte degli americani il comunismo e le sue variegate incarnazioni sono rimasti nulla di più di un’astrazione.
Le diverse risposte morali al nazismo e al comunismo in Occidente possono essere interpretate come un risultato della percezione delle atrocità commesse dal comunismo in quanto sottoprodotti di nobili intenzioni. Di propositi che si sono dimostrati troppo difficili da mettere in atto senza ricorrere alle maniere forti. Invece, le oltraggiose violenze naziste sono percepite come un male assoluto privo di giustificazioni elevate e che non gode dell’appoggio di un’ideologia davvero allettante. Esistono molte più informazioni e prove materiali sugli omicidi di massa perpetrati dai nazisti e sui loro metodi di sterminio turpi e premeditati. Ma allo stesso modo molte tra le vittime dei sistemi comunisti sono morte a causa delle impossibili condizioni di vita dei posti in cui erano detenute. La maggior parte delle vittime del comunismo non è stata causata da tecniche industriali avanzate.
I sistemi comunisti hanno spaziato dalla piccola Albania all’immensa Cina, dai paesi dell’Europa orientale a quelli sottosviluppati dell’Africa. Pur se divergenti sotto vari aspetti, tutti avevano in comune la fiducia nel marxismo-leninismo come fonte di legittimazione, il sistema monopartitico, il controllo dell’economia e dei media e la presenza di un'imponente forza di polizia politica. Senza contare il fatto di aver condiviso un impegno verosimile per la creazione di un essere umano moralmente superiore, l’uomo socialista o comunista.
Sotto il comunismo la violenza di natura politica aveva un’origine idealistica, e un obiettivo in qualche modo purificatore. Chi veniva oppresso e ammazzato era considerato moralmente corrotto e pericoloso per un sistema sociale superiore. La stessa dottrina marxista della lotta di classe ha fornito un adeguato supporto ideologico all’omicidio di massa. La gente era perseguitata non per quel che faceva ma per l’appartenenza a categorie sociali che la rendeva sospetta.
In seguito alla caduta del comunismo sovietico molti intellettuali occidentali hanno conservato la convinzione che sia il capitalismo la radice di tutti i mali. La tradizione di una tale animosità è lunga fra quegli intellettuali d’Occidente che hanno concesso il beneficio del dubbio se non la propria totale simpatia a quei sistemi politici che denunciavano il movente del profitto e che proclamavano l’impegno per la creazione di una società più umana ed egualitaria e di esseri umani finalmente liberi dall’egoismo. Il fallimento dei sistemi comunisti nel migliorare la natura umana non significa che ogni tentativo in tal senso debba essere destinato al fallimento, ma che di fatto i miglioramenti saranno modesti e che ottenerli con la coercizione sarà tutt’altro che facile.
Le ragioni del collasso del comunismo sovietico sono state molteplici. Tra queste, l’inefficienza economica che ha avuto come risultato la cronica penuria di cibo e beni di consumo, e la propaganda, pervasiva e mendace, limitata a un travisamento di routine della realtà che metteva in evidenza l’abisso tra la teoria e la pratica, tra il fare una promessa e il mantenerla. La volontà politica dei leader dietro la Cortina di Ferro è scemata con il passar del tempo, in parte per le rivelazioni di Nikita Khrushchev nel 1956 sui crimini di Stalin ma anche a causa della loro personale esperienza delle falle nel sistema. Non avevano più la volontà di stroncare il dissenso. Negli anni Ottanta del Novecento Mikail Gorbaciov consentì la diffusione di nuove rivelazioni sugli errori e sui mali del comunismo, minando così ancor di più la legittimità del governo comunista.
Il collasso del comunismo sovietico non fa che confermare come gli esseri umani motivati da alti ideali siano capaci di infliggere grande sofferenza con la coscienza pulita. Ma il crollo del comunismo conferma anche che a certe condizioni la gente è in grado di rilevare la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L’abbracciare o il rifiutare il comunismo corrisponde alla gamma di attitudini che vanno dall’idealismo illuso e distruttivo alla presa d’atto che la natura umana preclude di per sé all'attuazione di organizzazioni sociali utopistiche e che l’accurato equilibrio di mezzi e fini è la condizione primaria ed essenziale per la creazione e la conservazione di una società rispettabile.
© Washington Post
Traduzione Andrea Di Nino
http://www.loccidentale.it/articolo/il+muro+di+berlino+ella+vergogna+%C3%A8+stata.0081231
sabato 7 novembre 2009
sabato 10 ottobre 2009
Gino Strada
Il nobel per la pace del 2009 è stato assegnato a Barack Obama, uomo che finora non ha fatto nulla per meritarselo, e che anzi è a capo della più grande potenza militare del mondo, e risulta impegnato in due guerre, Afghanistan ed Iraq, e minaccia di aprirne una terza in Iran.Questo premio è l’ulteriore esempio di gratifica con un nobel di un personaggio i cui meriti non sono effettivi ma ideologici, quindi fondati sull’adesione alla corrente del “pensiero unico” progressista. Sarebbe facile riportare altri casi di figure, o figuri, insigniti di nobel per la pace, ma qui si preferisce ricordare succintamente un soggetto che è stato candidato a tale premio, pur non avendolo vinto, e che è italiano: Gino Strada.Questi durante gli anni della “contestazione” era stato un membro di spicco del famigerato e violentissimo Movimento Studentesco del l'Università Statale di Milano. Questa era un’organizzazione di estrema sinistra, il quale si auto-definiva “stalinista”, al punto da gridava nelle proprie manifestazioni “viva Stalin, viva Berja, via la Ghepeu”, in questo modo inneggiando sia al dittatore georgiano, sia al più noto dei suoi capi dei servizi segreti. Questo movimento disponeva del più organizzato e pericoloso fra tutti i “servizi d’ordine”, in realtà reparti paramilitari, di quegli anni, i cosiddetti “katanga” o “katanghesi”.I “katanghesi” avevano un armamento individuale uniforme ed accuratamente predisposto dai loro capi: il casco da combattimento, le "caramelle", ossia sassi nelle tasche (con l’obbligo di portarli sempre con sé), e la cosiddetta “penna", la famosa Hazet 36 cromata, una chiave inglese d'acciaio lunga quasi mezzo metro che andava nascosta sotto l'eskimo o nelle tasche del loden, tipici segni di riconoscimento degli estremisti comunisti dell’epoca. Questi estremisti avevano infine selezionato la Hazet 36 dopo aver scartato altri strumenti di offesa, quali i manici di piccone, le mazze ecc., poiché avevano sperimentato direttamente che presentavano rispetto alla chiave inglese una minore efficacia. La “penna” aveva anche il vantaggio aggiuntivo di facilitare la difesa in caso d’arresto, poiché si poteva tentare di giustificarla quale “strumento di lavoro”.I “katanghesi” non erano soltanto armati, ma molto bene organizzati e disciplinati, con una serie di reparti inquadrati da comandanti ed una disciplina interna molto severa. Manovravano sulle piazze e nelle vie in formazioni serrate ed ordinate, di centinaia e centinaia di uomini, simili all’assetto da battaglia di una coorte romana. Accadeva sovente che non fosse la polizia ad attaccarli, ma al contrario che fossero i “katanga” a caricare la polizia con estrema violenza. Oltre alla polizia ed ai carabinieri, il Movimento Studentesco assaliva gli avversari di destra, e giudicava nemici praticamente tutti gli altri movimenti di sinistra di quegli anni: Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Lotta Comunista (con cui si ebbe a Milano uno scontro di straordinaria violenza), ed altri ancora. Persino i primi gruppi di Comunione e Liberazione, del tutto pacifici, furono vittime della violenza del “Movimento Studentesco”.Gino Strada era membro di tale organizzazione paramilitare stalinista, ed aveva anzi un ruolo importante. Il capo supremo dei “katanga” era Luca Cafiero, ed al di sotto della sua autorità esistevano i vari comandanti subordinati, ognuno con un reparto ai propri ordini: si trovavano ad esempio Mario Martucci ed il suo gruppo "Stalin"della Bocconi, Franco Origoni per la squadra di Architettura, Roberto Tuminelli alla guida del gruppo "Dimitroff" (il comunista che forse incendiò il Reichstag) e molti altri ancora. Fra queste squadre spiccava quella dal nome “Lenin”, tratta dalla facoltà di Medicina e Scienze, ed alla cui guida si trovava proprio Gino Strada. La squadra “Lenin”, che aveva ricevuto un nome così illustre nella storia del comunismo, era giudicata da Luca Cafiero quale la più fidata ed aggressiva, costituendo in tal modo una sorta di unità scelta.Questo è il passato, per nulla pacifico, anzi sicuramente illegale ed eversivo (alcuni direbbero criminale) di Gino Strada, che ora si definisce pacifista e si presenta quale una sorta di missionario laico. E’ degno di nota che il dottor Strada ha definito “delinquenti politici” i suoi avversari e critici, dopo essere divenuto responsabile di una grossa associazione dal notevole fatturato come “Emergency” (società sedicente “no profit”, e sviluppatasi grazie a finanziamenti ed aiuti di vario tipo).
giovedì 17 settembre 2009
Kabul - 17 settembre 2009
In onore dei nostri fratelli caduti a Kabul 17/09/09
Tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza)
Presente !
Sergente maggiore Roberto Valente, di Napoli
Presente !
Primo caporal maggiore Matteo Mureddu, di Oristano
Presente !
Primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nativo di Glarus (Svizzera)
Presente !
Primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, di Orvieto
Presente !
Primo caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno)
Presente !
Preghiera del Paracadutista
Eterno immenso Iddio,
che creasti gli eterni spazi e ne misurasti le misteriose profondità,
guarda benigno a noi, Paracadutisti d’Italia,
che nell’adempimento del nostro dovere,
balzando dai nostri apparecchi,
ci lanciamo nella vastità dei cieli.
Manda l’Arcangelo S. Michele a nostro custode,
guida e proteggi l’ardimentoso volo.
Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede
e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è tua o Signore!
Se è scritto che cadiamo, sia!
Ma da ogni goccia del nostro sangue
sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri,
orgogliosi del nostro passato,
sempre degni del nostro
immancabile avvenire.
Benedici, o Signore, la Patria, le famiglie, i nostri cari!
Per loro, nell’alba e nel tramonto,sempre la nostra vita!
E per noi, o Signore, il tuo glorificante sorriso.
Così sia.
http://78lupiditoscana.wordpress.com
Tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza)
Presente !
Sergente maggiore Roberto Valente, di Napoli
Presente !
Primo caporal maggiore Matteo Mureddu, di Oristano
Presente !
Primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nativo di Glarus (Svizzera)
Presente !
Primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, di Orvieto
Presente !
Primo caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno)
Presente !
Preghiera del Paracadutista
Eterno immenso Iddio,
che creasti gli eterni spazi e ne misurasti le misteriose profondità,
guarda benigno a noi, Paracadutisti d’Italia,
che nell’adempimento del nostro dovere,
balzando dai nostri apparecchi,
ci lanciamo nella vastità dei cieli.
Manda l’Arcangelo S. Michele a nostro custode,
guida e proteggi l’ardimentoso volo.
Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede
e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è tua o Signore!
Se è scritto che cadiamo, sia!
Ma da ogni goccia del nostro sangue
sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri,
orgogliosi del nostro passato,
sempre degni del nostro
immancabile avvenire.
Benedici, o Signore, la Patria, le famiglie, i nostri cari!
Per loro, nell’alba e nel tramonto,sempre la nostra vita!
E per noi, o Signore, il tuo glorificante sorriso.
Così sia.
http://78lupiditoscana.wordpress.com
giovedì 20 agosto 2009
Afghanistan - elezioni
Siamo a Kabul per salvare le nostre città
Renato Farina
Pubblicato il giorno: 20/08/09
L'Afghanistan non è solo l'Afghanistan. Le elezioni che ci sono lì proprio quest'oggi, gli attentati che cercano di impedirle, non accadono solo in Afghanistan. Se non capiamo questo, è inutile stare a parlarne, e non serve a niente occuparsene. Se noi stessimo rischiando la vita dei nostri soldati per consentire a Karzai di fare il tirannello asiatico parademocratico e pasthun, saremmo dei cretini al cubo, anzi dei delinquenti che fanno ammazzare i propri figli e fratelli per i disegni oscuri degli americani, da Bush a Obama. In realtà l'Afghanistan è sempre di più, in stretta unione di fatto con buona parte del Pakistan, il regno di Talibanistan. E - se vogliamo essere spiritosi un po' fuori luogo - Kabul è, per Osama e Al Qaeda, Binladonia come Topolinia per Topolino anche quando è in trasferta con Pippo.
Per questo la partita che si gioca nelle elezioni di queste ore sono un fatto tremendamente serio. Non riguardano appena i 17 milioni di potenziali elettori afghani, ma l'intero mondo. Se fossero una barzelletta senza sugo democratico, perché i talebani e i loro sodali di Al Qaeda spunterebbero con tanta forza contro questo voto? Perché comunque lì il popolo si esprime, e se va alle urne in una percentuale decente (diciamo il 40 per cento) vorrebbe dire che neanche le minacce e le esecuzioni tramite autobomba non distolgono la gente dalla volontà di sottrarsi ai padroni in nome di Allah.
I nostri alpini e la nostra folgore non sta in Afghanistan come i bersaglieri di Cadorna in Crimea per ordine di Cavour, un prezzo in uomini (più di 2000) e mezzi per far parte del circolo dei potenti. Oggi siamo ancora minacciati direttamente da questa organizzazione terroristico-religiosa globale a nome Al Qaeda. Essa ha il suo santuario in quelle regioni. Da quando non ha più uno Stato a disposizione non è riuscita a pianificare o almeno a realizzare un attentato paragonabile a quello dell'11 settembre. In Afghanistan la presenza degli eserciti occidentali è utile per presidiare territori e tenere occupate le milizie fondamentaliste, ed impedire anche che il Pakistan, dotato di circa 50 bombe atomiche, finisca sotto il controllo di Bin Laden. Già adesso nell'esercito e nei servizi segreti di Islamabad lo sceicco yemenita gode di considerazione, e quando Obama da Washington fa sapere di voler dialogare con i talebani moderati, in realtà cerca di indurre a patti i generali pakistani fondamentalisti e propensi a considerare il mullah Omar come un possibile Alleato, come lo fu fino a una decina di anni fa.
Mandando i soldati lì in realtà, un po' egoisticamente, difendiamo noi stessi e il nostro futuro. Ma è un egoismo sano e responsabile, perché oltre a salvare noi stessi preserva buona parte del mondo dalla catastrofe di un Regno Talebano, dove le vittime sarebbero innanzitutto le donne e i bambini. Le donne si sa perché: impossibilitate a studiare, a uscire di casa, vere schiave dei mariti-padroni. I bambini perché indottrinati, condizionati a essere plastilina modellata dai capiguerriglia.
Ovvio: la democrazia non si esporta. Esige un cambio di cultura. Ma che i capi si debbano eleggere non è un dato della democrazia occidentale, lo fanno anche nelle tribù africane, e la volontà di un uomo lo capiscono da ogni parte del mondo che non è fatta per essere conculcata. Per questo le elezioni sono importanti. Stabiliscono un metodo. Consentono un minimo di libertà nel progettare il futuro.
Si dirà: Karzai è lo stesso figuro che consente alle famiglie sciite di trattare le donne come tranquillamente stuprabili purché all'interno della casa? Sì, è lui. Non può piacere un tipo così. E bisognerà far valere il nostro peso morale e non solo morale con lui, anche riguardo alla libertà di religione e di coscienza che i cristiani lì non hanno. Ma qui non c'è da difendere Karzai, e le sue convinzioni infami magari dettate dal calcolo elettorale. Siamo da quelle parti per impedire la proliferazione della peste talebana.
Vincerà Karzai? Pare abbastanza scontato. Nonostante gli attentati mirino a impedire che si rechino ai seggi i votanti del Sud, quelli di etnia pasthun, in passato compattamente pro Karzai (al potere da cinque anni).
Il Ministero degli esteri aveva chiesto di evitare la diffusione di notizie riguardanti violenze tra le 6 e le 20 (ora locale) della giornata elettorale, in corrispondenza dell'apertura dei seggi, per «garantire l'ampia partecipazione» degli elettori al voto. Per fortuna gli americani hanno spiegato ai loro "protetti" che la democrazia non coincide con l'oscurantismo. Pur essendo la situazione seria e la paura palpabile: grave il fatto che per la prima volta le milizie talebane non si siano infatti limitate a chiedere il boicottaggio del voto ma abbiano minacciato di attaccare i seggi (secondo la Nato solo l'1% delle sedi elettorali rischierebbe di diventare l'obbiettivo di un attentato: ma questo dato basterebbe in tutto il mondo a stare a casa…).
Intanto, da Bruxelles la Commissione europea ha denunciato il rischio di «brogli elettorali».
Che comunque le elezioni mobilitino insospettabili energie, lo si capisce anche dal numero e dalla qualità dei candidati alla presidenza. Sono 41!
Di Hanid Karzai abbiamo detto, è pasthun, è un capo pragmatico, disponibile a compromessi anche coi talebani.
Il più pericoloso rivale di Karzai è l'oftalmologo Abdullah Abdullah, già ministro degli esteri, molto stimato quand'era in carica da Gianfranco Fini. L'ultimo sondaggio gli assegna il 26% dei voti, contro il 44% per Karzai. Era il braccio destro e consigliere politico del comandante Ahmad Shah Massud, impegnato contro i sovietici. Io tifo per lui, ma è difficile.
Con possibilità zero ma con molto coraggio (sono morte, lo sanno, e insistono) ci sono due donne candidate. Sono Frozan Fana e Shahla Ata. Lo slogan di Fana (40 anni) è: "pace e sicurezza, libertà di stampa e difesa della sovranità nazionale". È vedova di un ministro assassinato nel 2002. Ata ha 42 anni, che non pensa neppure lontanamente all'eventualità di indossare burqa. Allegra ed estroversa, si trucca gli occhi e si pittura le unghie. Che qui è un fatto politico.
La Centrale nucleare di Montalto di Castro
monumento simbolo della sconfitta della politica energetica potrebbe essere riattivato
La centrale (fallita) di Montalto è costata 250 euro a ogni italiano
Spesi 7 mila- miliardi di lire. E il nuovo impianto lavora 3.000 ore sulle 8.600 previste
La centrale nucleare di Montalto di Castro (Olycom)
ROMA — Sprezzanti del ridicolo l'hanno pomposamente battezzata: «Centrale Alessandro Volta». Pensate! Dare il nome dell'inventore della pila, praticamente il padre dell'elettricità, a una centrale che sta quasi sempre spenta. Insomma, una specie di pila esausta. Benvenuti a Montalto di Castro: monumento gigantesco al fallimento della politica energetica italiana costruita sulle ceneri del nucleare, inutilmente costato almeno 250 euro a ogni italiano, lattanti e vegliardi compresi. E come sempre accade in Italia le responsabilità di un simile disastro si dissolvono in una nebbia impalpabile, dove tutti sono un po' colpevoli, quindi nessuno lo è. I politici della prima Repubblica, quelli della seconda, l'Enel, i petrolieri. Perfino gli ambientalisti che si battevano contro l'energia atomica. La centrale di Montalto di Castro è stata anzi la loro più grande sconfitta.
A metà degli anni 80 erano agguerritissimi. Qualche anno prima c'era stato l'incidente di Three Mile Island che aveva dato spunto al famoso film Sindrome cinese e il movimento antinucleare si era diffuso in tutta Europa. Anche se non aveva molta udienza presso i governi. Per gli oppositori dell'atomo, in Italia, non andava molto meglio. Finché, nella primavera del 1986 a Chernobyl, in Ucraina, si verificò la catastrofe nucleare più grave della storia. E gli eventi precipitarono. Il governo del segretario socialista Bettino Craxi cavalcò immediatamente l'onda antinucleare. Ben presto furono superate anche le resistenze all'interno della Democrazia cristiana e dello stesso Partito comunista. E il referendum del 1987 passò con un consenso mai registrato prima. Di colpo, in Italia, i nuclearisti erano scomparsi. Era novembre, al governo Craxi era subentrato quello di Giovanni Goria: tutto avvenne con una rapidità impressionante, considerando i tempi geologici delle decisioni italiane. Con un paradosso, che gestire la frase di transizione toccò a un ministro, tra gli altri, Adolfo Battaglia, esponente dell'unico partito, quello repubblicano, che aveva sostenuto fino all'ultimo, contro tutto e tutti, la scelta nucleare. Per prima cosa la chiusura delle centrali in attività. I quesiti referendari non avrebbero in teoria obbligato l'Enel a fermare i reattori. Ma il Psi e la Dc, con l'appoggio del Pci, interpretarono così la volontà politica degli elettori. E fecero spegnere gli interruttori. E i lavori alla centrale di Montalto di Castro, quasi completata, vennero interrotti. A quel punto cominciò una danza a suon di quattrini. L'Enel e le imprese fornitrici rivendicarono innanzitutto i danni. E pure il pagamento dei pezzi ordinati e non consegnati, come appunto il reattore di Montalto di Castro. Poi la società elettrica, allora guidata da Franco Viezzoli, fece presente che si rischiava il blackout. Bisognava provvedere e il Parlamento, nel quale erano entrati anche gli alfieri del movimento antinucleare, come Gianni Mattioli, non alzò un dito. Non lo alzò quando le importazioni di elettricità prodotta con il nucleare in Francia esplosero. Ma non le alzò neppure quando si decise di costruire, accanto alla centrale nucleare di Montalto di Castro, già costata 7 mila miliardi di lire e che non fu smantellata perché si sarebbe speso troppo (sic!), un secondo impianto da ben 3.200 Megawatt, a policombustibile. Grande quattro volte di più e con una specie di sberleffo agli ambientalisti costituito da una orrenda ciminiera alta 150 metri che si può ammirare da decine di chilometri. Altri 7 mila miliardi di lire, per una centrale nata già vecchia (non era a ciclo combinato, come quelle che venivano costruite allora in tutto il mondo) e con costi di esercizio insostenibili. Tanto insostenibili che oggi una delle centrali più grandi d'Europa resta accesa soltanto 2 o 3.000 ore l'anno, sulle teoriche 8.600 ore, perché l'energia prodotta lì è troppo cara. Intanto i privati non se ne stavano con le mani in mano.
Molti italiani che avevano votato sì al referendum antinucleare erano stati convinti dalla promessa che si sarebbe abbandonata la strada dell'atomo per quella delle energie rinnovabili. Il governo approvò una delibera, la famosa delibera del Cip 6 che concedeva incentivi profumati ai produttori di elettricità pulita. Soltanto che ci infilarono all'ultimo momento, dopo «energie rinnovabili», le paroline «e assimilate». Spalancando un'autostrada agli industriali siderurgici ma anche ai petrolieri che intascarono migliaia di miliardi di contributi pubblici, bruciando i «Tar»: così si chiamano gli scarti della lavorazione del petrolio. Montedison, Falck, Riva, Moratti, fecero soldi a palate.
E le famose energie rinnovabili? Di quelle per vent'anni neanche l'ombra. Nel 2007 l'Italia produceva con il solare un cinquantesimo dell'elettricità prodotta in Germania attraverso il fotovoltaico. In compenso siamo diventati il Paese con il record mondiale del consumo degli inquinanti idrocarburi per la produzione di energia elettrica. Per non parlare dei costi. Quanti italiani dopo aver già sborsato 8 miliardi di euro per pagare all'Enel e ai suoi fornitori i danni dell'uscita dal nucleare, sanno che ancora pagano sulla bolletta elettrica un sovraprezzo destinato a una società pubblica, la Sogin, per lo smaltimento delle vecchie scorie? E che lo pagheranno ancora per una quindicina d'anni nella migliore delle ipotesi? Se la fallimentare operazione di Montalto di Castro è costata 250 euro a ogni cittadino italiano, 15 miliardi e mezzo di euro in tutto compresi i maggiori costi del petrolio rispetto a quelli dell'uranio, l'uscita dal nucleare è stata ancora più cara: 424 euro pro capite, cioè 25,5 miliardi di euro. E con quale risultato? Che siamo il Paese europeo più dipendente dal petrolio e dove l'energia costa più cara, che siamo il fanalino di coda delle energie rinnovabili, che abbiamo il primato delle importazioni e che ora abbiamo deciso di tornare al nucleare, per volontà di alcuni di quei politici che venti anni fa avevano persuaso gli italiani a uscirne. E Montalto? Tranquilli, ci sono buone probabilità che l'atomo torni anche lì. Secondo il presidente di Edf, il partner nucleare dell'Enel, Pierre Gaddonneix, quello è un posto ideale per una centrale nucleare. Come la chiameranno stavolta?
Sergio Rizzo13 luglio 2009
sul CORSERVA
La centrale (fallita) di Montalto è costata 250 euro a ogni italiano
Spesi 7 mila- miliardi di lire. E il nuovo impianto lavora 3.000 ore sulle 8.600 previste
La centrale nucleare di Montalto di Castro (Olycom)
ROMA — Sprezzanti del ridicolo l'hanno pomposamente battezzata: «Centrale Alessandro Volta». Pensate! Dare il nome dell'inventore della pila, praticamente il padre dell'elettricità, a una centrale che sta quasi sempre spenta. Insomma, una specie di pila esausta. Benvenuti a Montalto di Castro: monumento gigantesco al fallimento della politica energetica italiana costruita sulle ceneri del nucleare, inutilmente costato almeno 250 euro a ogni italiano, lattanti e vegliardi compresi. E come sempre accade in Italia le responsabilità di un simile disastro si dissolvono in una nebbia impalpabile, dove tutti sono un po' colpevoli, quindi nessuno lo è. I politici della prima Repubblica, quelli della seconda, l'Enel, i petrolieri. Perfino gli ambientalisti che si battevano contro l'energia atomica. La centrale di Montalto di Castro è stata anzi la loro più grande sconfitta.
A metà degli anni 80 erano agguerritissimi. Qualche anno prima c'era stato l'incidente di Three Mile Island che aveva dato spunto al famoso film Sindrome cinese e il movimento antinucleare si era diffuso in tutta Europa. Anche se non aveva molta udienza presso i governi. Per gli oppositori dell'atomo, in Italia, non andava molto meglio. Finché, nella primavera del 1986 a Chernobyl, in Ucraina, si verificò la catastrofe nucleare più grave della storia. E gli eventi precipitarono. Il governo del segretario socialista Bettino Craxi cavalcò immediatamente l'onda antinucleare. Ben presto furono superate anche le resistenze all'interno della Democrazia cristiana e dello stesso Partito comunista. E il referendum del 1987 passò con un consenso mai registrato prima. Di colpo, in Italia, i nuclearisti erano scomparsi. Era novembre, al governo Craxi era subentrato quello di Giovanni Goria: tutto avvenne con una rapidità impressionante, considerando i tempi geologici delle decisioni italiane. Con un paradosso, che gestire la frase di transizione toccò a un ministro, tra gli altri, Adolfo Battaglia, esponente dell'unico partito, quello repubblicano, che aveva sostenuto fino all'ultimo, contro tutto e tutti, la scelta nucleare. Per prima cosa la chiusura delle centrali in attività. I quesiti referendari non avrebbero in teoria obbligato l'Enel a fermare i reattori. Ma il Psi e la Dc, con l'appoggio del Pci, interpretarono così la volontà politica degli elettori. E fecero spegnere gli interruttori. E i lavori alla centrale di Montalto di Castro, quasi completata, vennero interrotti. A quel punto cominciò una danza a suon di quattrini. L'Enel e le imprese fornitrici rivendicarono innanzitutto i danni. E pure il pagamento dei pezzi ordinati e non consegnati, come appunto il reattore di Montalto di Castro. Poi la società elettrica, allora guidata da Franco Viezzoli, fece presente che si rischiava il blackout. Bisognava provvedere e il Parlamento, nel quale erano entrati anche gli alfieri del movimento antinucleare, come Gianni Mattioli, non alzò un dito. Non lo alzò quando le importazioni di elettricità prodotta con il nucleare in Francia esplosero. Ma non le alzò neppure quando si decise di costruire, accanto alla centrale nucleare di Montalto di Castro, già costata 7 mila miliardi di lire e che non fu smantellata perché si sarebbe speso troppo (sic!), un secondo impianto da ben 3.200 Megawatt, a policombustibile. Grande quattro volte di più e con una specie di sberleffo agli ambientalisti costituito da una orrenda ciminiera alta 150 metri che si può ammirare da decine di chilometri. Altri 7 mila miliardi di lire, per una centrale nata già vecchia (non era a ciclo combinato, come quelle che venivano costruite allora in tutto il mondo) e con costi di esercizio insostenibili. Tanto insostenibili che oggi una delle centrali più grandi d'Europa resta accesa soltanto 2 o 3.000 ore l'anno, sulle teoriche 8.600 ore, perché l'energia prodotta lì è troppo cara. Intanto i privati non se ne stavano con le mani in mano.
Molti italiani che avevano votato sì al referendum antinucleare erano stati convinti dalla promessa che si sarebbe abbandonata la strada dell'atomo per quella delle energie rinnovabili. Il governo approvò una delibera, la famosa delibera del Cip 6 che concedeva incentivi profumati ai produttori di elettricità pulita. Soltanto che ci infilarono all'ultimo momento, dopo «energie rinnovabili», le paroline «e assimilate». Spalancando un'autostrada agli industriali siderurgici ma anche ai petrolieri che intascarono migliaia di miliardi di contributi pubblici, bruciando i «Tar»: così si chiamano gli scarti della lavorazione del petrolio. Montedison, Falck, Riva, Moratti, fecero soldi a palate.
E le famose energie rinnovabili? Di quelle per vent'anni neanche l'ombra. Nel 2007 l'Italia produceva con il solare un cinquantesimo dell'elettricità prodotta in Germania attraverso il fotovoltaico. In compenso siamo diventati il Paese con il record mondiale del consumo degli inquinanti idrocarburi per la produzione di energia elettrica. Per non parlare dei costi. Quanti italiani dopo aver già sborsato 8 miliardi di euro per pagare all'Enel e ai suoi fornitori i danni dell'uscita dal nucleare, sanno che ancora pagano sulla bolletta elettrica un sovraprezzo destinato a una società pubblica, la Sogin, per lo smaltimento delle vecchie scorie? E che lo pagheranno ancora per una quindicina d'anni nella migliore delle ipotesi? Se la fallimentare operazione di Montalto di Castro è costata 250 euro a ogni cittadino italiano, 15 miliardi e mezzo di euro in tutto compresi i maggiori costi del petrolio rispetto a quelli dell'uranio, l'uscita dal nucleare è stata ancora più cara: 424 euro pro capite, cioè 25,5 miliardi di euro. E con quale risultato? Che siamo il Paese europeo più dipendente dal petrolio e dove l'energia costa più cara, che siamo il fanalino di coda delle energie rinnovabili, che abbiamo il primato delle importazioni e che ora abbiamo deciso di tornare al nucleare, per volontà di alcuni di quei politici che venti anni fa avevano persuaso gli italiani a uscirne. E Montalto? Tranquilli, ci sono buone probabilità che l'atomo torni anche lì. Secondo il presidente di Edf, il partner nucleare dell'Enel, Pierre Gaddonneix, quello è un posto ideale per una centrale nucleare. Come la chiameranno stavolta?
Sergio Rizzo13 luglio 2009
sul CORSERVA
martedì 11 agosto 2009
Chi di spada ferisce......
Il boomerang morale colpì anche il vecchio Pci
Giancarlo Lehner
Pubblicato il giorno: 16/07/09
Intervento
Caro Vittorio, induce a pena la sparatoria sulla Croce rossa, pardon, sulle perversioni sessuali del Pd. Fra l'altro, c'è il rischio di offrire a qualche malvissuto il destro di uscirsene con panegirici nostalgici a favore del defunto Pci, magari dipinto come partito serio, rigoroso, perbene e innervato di eticità. Per non dire della vecchia sinistra Dc, sulla cui moralità basterebbe chiedere ai patrioti sopravvissuti di Budapest o agli operai di Danzica, allibiti davanti ai nostri rossocrociati, prima, vocati a fraternizzare ed a trafficare coi carnefici; poi, a riempire le valigie di calze di nylon per comprare sotto costo sesso centro-est europeo.Il Pd, nel suo piccolo, non ha inventato niente e non possiede copyright alcuno, sia riguardo all'alcova usata come clava politica, sia rispetto ai vizi privati celati sotto pubbliche virtù. In tali arti, anzi, il Pci, ad esempio, fu maestro. Non mi riferisco ai crimini contro l'umanità, a quelli politici o finanziari e neppure alla colossale, organica e dialettica evasione fiscale, talora ai danni di più Stati, Urss ed Italia in primis. No, intendo proprio il sesso in tutte le sue varianti, a cominciare dal magistrale e cinico impiego del pettegolezzo, disciplina che è giunta sino ad oggi, per testare la resistenza dell'esecutivo Berlusconi.Noi, egregio Feltri, nel 1953-1954, stazionavamo innocenti dentro il grembiulino blu, ma erano i tempi in cui l'eros si apprendeva di straforo, perciò incuriosì anche noi scolaretti la morbosità pruriginosa dell'affare Wilma Montesi.I giornali di destra e di sinistra erano, infatti, riusciti a trasformare il malore, purtroppo con esito infausto, della povera Wilma, in una storiaccia di potenti, vip e ragazzine, con tanto di festini, orge e cocaina. Neanche il fatto che Wilma, dopo l'autopsia, risultasse vergine fece calare la micidiale campagna mediatica.Il Pci, come si legge nel saggio di Victor Ciuffa sulla dolce vita romana, mirò diritto al cuore della Dc, in vista delle elezioni del 1953 e per evitare lo spauracchio della cosiddetta «legge truffa». Scese in campo addirittura Togliatti, conclamato concubino e adultero, il quale pontificò, esortando alla castità, alla purezza e alla «lotta contro l'omertà e la corruzione». Ipocrita e stalinista, per essere libero di amare la Iotti, teneva prigionieri in Urss la moglie Rita e il figlio debole di mente, Aldo, e, intanto, batteva sulla questione morale, affinché «il regime clericale possa giungere ad un crollo».Fu proprio la stampa del Pci ad accusare Piero Piccioni, musicista jazz, figlio di Attilio, allora vicepresidente del Consiglio, ministro degli esteri, massimo dirigente Dc, in pista di lancio per la successione a De Gasperi.Quando il figlio Piero fu arrestato con l'accusa di omicidio colposo e di uso di stupefacenti, il padre Attilio fu costretto a dimettersi da tutte le cariche. Tuttavia, i comunisti non sanno fare i coperchi. Alcuni giornalisti di «Momento Sera», in quella medesima stagione di veleni, erano alle prese con la morte sospetta di «Pupa », una teatina di 22 anni. Da bravi segugi arrivano, infine, alla signora Margherita Fantini, tenutaria d'una casa d'appuntamenti in via Filippo Corridoni 15, Roma, quartiere Prati.Casa Fantini è il porto franco di tutte le perversioni sessuali. Lì, fra gli altri, vanno i mariti che amano rimirare la propria donna, mentre fa sesso con altri maschi o altre donne. Tra i perversi abituali c'è Giuseppe Sotgiu, presidente comunista della Giunta provinciale di Roma, docente universitario, principe del foro, distintosi come Savonarola rosso nel montare il caso Montesi contro la Dc. Togliatti in persona - coincidenza davvero beffarda - l'aveva voluto come presidente della Commissione per la riabilitazione dei minorenni.Ed ora proprio l'avvocato moralista viene beccato come guardone compiaciuto degli amplessi della propria moglie, con vari ragazzi, fra cui uno, forse, minorenne. Chi di alcova altrui ferisce, di sporcizia morale perisce.
L'Europa ha condannato Prodi
Sorpresa: anche l'Europa ha condannato Prodi
Enrico Paoli
Pubblicato il giorno: 30/07/09
Per aver diffuso informazioni falseI fatti risalgono al biennio 2002-2003. La sentenza della Corte di Giustizia Europea, che condanna Romano Prodi, all'epoca dei fatti presidente della Commissione Ue, porta la data dell'8 luglio del 2008.Poco più di un anno fa. Eppure di quella sentenza, nella quale il nome di Romano Prodi non viene mai fatto, ma si cita esplicitamente il «presidente della Commissione», non ne ha mai parlato nessuno. Come se fosse roba di un'altra epoca.la condannaRomano Prodi viene condannato dalla terza sezione del Tribunale della Corte di Giustizia europea per aver fornito al Parlamento Europeo notizie false e non documentate; aver emesso comunicati che mettevano in dubbio l'onorabilità di alti dirigenti che non si erano sottomessi alle sue imposizioni (tanto che vengono rimossi e, non potendoli licenziare, lasciati senza incarico sino alla pensione) e per aver tentato di ostacolare la giustizia. I fatti che hanno portato alla condanna si riferiscono a una contorta vicenda relativa all'Eurostat (ovvero l'ufficio Statistico delle Comunità Europea, travolto da un scandalo nel 2004 che ha visto il direttore generale Michel Vanden Abeele -sostituito poi dall'attuale Günther Hanreich - dichiarare che il governo greco aveva falsificato le statistiche economiche e finanziarie in modo che la Grecia potesse entrare nell'euro-zona). Una polemica innescata dalla lettera di una funzionaria che si riteneva discriminata. L'inchiesta viene aperta dai giudici europei e condotta materialmente dall'Olaf, l'organismo di controllo interno alla Commissione, per capire se tali irregolarità fossero state effettuate su iniziativa di dirigenti o addirittura dallo stesso responsabile della Commissione, Prodi. Un dettaglio, questo, sul quale i giudici della Ue sono arrivati ad una conclusione sufficientemente chiara e lineare.La sentenza«Ugualmente, per quanto concerne il discorso del Presidente della Commissione», si legge a pagina 50 della sentenza, capitolo 404, «non potrà essere negato che con le sue dichiarazioni davanti al Parlamento ha attentato alla reputazione e all'onore dei richiedenti e che, da allora, esiste un legame di casualità diretto fra queste dichiarazioni e questo pregiudizio». Insomma, con le sue parole il presidente della Commissione ha creato un danno a coloro che hanno dato avvio al procedimento. Non solo. La sentenza parla anche di «rimbalzo delle responsabilità», nonché di «fughe di notizie», depistate verso giornali amici. Per capire meglio quest'ultimo capitolo d'accusa occorre rifarsi al paragrafo della sentenza che analizza l'intervento del presidente della Commissione del 25 settembre 2003. Pagina 41 della sentenza, capitolo 326. «Certamente, in questo discorso, il presidente della Commissione sottolinea la mancanza di trasparenza e comunicazione fra il direttore generale di Eurostat e il membro della commissione che esercita la tutela», si legge nel dispositivo, «perciò, lascia intendere che l'implicazione nelle irregolarità del direttore generale di Eurostat, come quella di un altro alto funzionario, è indubbia». Insomma, Prodi prova a scaricare su altri le proprie responsabilità. «In queste circostanze, c'è modo di considerare che, con questo discorso, il presidente della Commissione non ha pienamente rispettato i diritti fondamentali dei richiedenti e, particolarmente, il principio della presunzione d'innocenza», si legge a pagina 42 della sentenza, capitolo 331. Da qui le ragioni della condanna: « Un tale comportamento costituisce una violazione sufficientemente caratterizzata e ben precisa di questo principio (cioè di presunzione d'innocenza ndr)». Alla fine del procedimento la Commissione guidata da Prodi è stata condannata a versare ai due funzionari 56 mila euro e al pagamento delle spese processuali. Il testo integrale della sentenza è pubblico e si può ottenere dal cancelliere della corte Europea.
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