mercoledì 22 aprile 2009

25 aprile

Grazie America, finalmente il vero 25 aprile
Renato Farina
Pubblicato il giorno: 22/04/09
Berlusconi andrà al cimitero militare di NettunoFa bene Berlusconi ad andare a celebrare la Liberazione e la Resistenza. Ma bisognava scegliere bene il posto. L'ha fatto: Nettuno. Così saldiamo un debito di riconoscenza che saldare è impossibile. Non c'entra Bush, adesso c'è Obama. C'entra quel sacrificio, la bandiera, quel tipo di civiltà che non è solo hamburger e ketchup, ma è saper morire per gli altri, prendersi piombo in corpo per gente che se ne dimenticherà subito. Bè, Berlusconi no, noi no.C'erano un paio di idee nella testa di Berlusconi. A Milano - la sua città - è impossibile. Lì il corteo dal 1994 in poi è un circo di gente che vorrebbe riaprire la macelleria messicana di piazzale Loreto per appenderci lui al gancio.Occorreva allora un luogo nuovo, dove i manifestanti ufficiali vanno poco, e il 25 aprile non ci pensano neanche a recarsi lì, perché dice tutta la verità su quel che è accaduto in Italia. Le verità belle e sottaciute. Di recente aveva scoperto che in Abruzzo una brigata di partigiani italiani, con uniformi angloamericane, e senza più dipendere dal re, avevano espugnato un po' di quel territorio e cacciato i tedeschi. Ma non esiste un luogo simbolico che esprima quelle azioni patriottiche. Andrà allora al cimitero militare di Nettuno dove riposano i soldati americani morti a un passo da Roma. Ci si ricorda del festoso arrivo dei liberatori con i loro carri armati e le caramelle e il cioccolato ai bambini, ma non il sangue versato pochi chilometri lontano dall'Urbe. I soldati americani e polacchi accettarono di mettere a rischio le loro vite in una battaglia violentissima contro le truppe tedesche e quelle della Repubblica sociale, unite nel volere l'occupazione nazista dell'Italia.la testa del capoBerlusconi con questa scelta non vuole contrapporre nella sua testa alleati e partigiani. Non è il tipo. Delinea però una gerarchia che prima di essere una preferenza sentimentale è un fatto. Semplicemente esprime quanto ha avuto in cuore sin da piccolo e che gli storici sempre più mettono in risalto: decisivi per la nostra liberazione furono gli americani. Per fortuna furono gli americani. Ditelo ai polacchi la cui liberazione dal nazismo fu opera dei sovietici. Soldati eroici, certo, quelli con la stella rossa. I quali dopo aver massacrato 22mila ufficiali polacchi a Katyn con un colpo alla nuca, massacrarono i nazisti: non si fermarono lì però, e massacrarono qualsiasi velleità di libertà a Varsavia, a Praga, a Bucarest, Sofia, Tallin, Vilnius eccetera.Meno male che furono gli americani e non i partigiani comunisti a liberarci. Eroici pure i comunisti, vero, verissimo: ma se avessero avuto loro il pallino del destino, ci avrebbero fatto di sicuro rimpiangere il fascismo e avrebbero gareggiato con il nazismo. Se non fossimo stati sotto l'ala di Roosevelt-Truman e di Churchill, ci saremmo trovati con pochi silos e molti gulag. La liberazione senza America sarebbe sfociata nella sua negazione, una liberazione staliniana. Palmiro Togliatti infatti respinse la strada rivoluzionaria non perché fosse un brav'uomo (a Mosca aveva partecipato a purghe sanguinarie contro i suoi stessi compagni italiani) ma per il realismo di Stalin dopo la spartizione di Yalta: perché c'era l'America. E nonostante questo in diverse province del Nord Italia si sperimentò la selezione della specie, eliminando la classe dirigente non comunista per mesi, per anni dopo il 25 aprile. Per fortuna c'era l'America vicina a noi.Anzio. Quanti morti. Berlusconi ha raccontato al Congresso in Washington e poi ancora nel discorso di fondazione del Popolo della Libertà quando suo padre lo accompagnò bambinetto ad un cimitero militare americano e gli fece giurare di rispettare e di amare quella bandiera per riconoscenza a chi aveva levato dal petto di questo Paese il tallone del totalitarismo.Avrei in mente un paio di altri posti, magari per l'anno prossimo. Uno sta in Friuli e sono le Malghe di Porzûs. Grazie a un'iniziativa parlamentare che punta all'unanimità dei consensi (il voto sarà nei prossimi giorni) e per decisione eccellente del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi questo sito boscoso diverrà monumento nazionale, luogo simbolico della Resistenza e della Liberazione.i cattolici assassinatiQui partigiani della Brigata Osoppo, i fazzoletti verdi cattolici, liberali, socialisti furono sterminati con azione premeditata dalla locale Brigata Garibaldi, poiché si opponevano non solo ai nazifascisti ma non volevano che il Friuli passasse nelle grinfie dei comunisti jugoslavi. Tra i cattolici assassinati c'era il fratello coraggioso di Pier Paolo Pasolini (il quale negli anni 60 sostenne con una certa meschinità che il suo Guido sarebbe comunque diventato comunista). Sandro Pertini concesse la grazia inopinatamente all'ideatore di questa strage fraterna oltretutto mai pentito. Poi i comunisti ammisero le colpe, e ci fu una riconciliazione con uno dei preti che aveva inventato questi "fazzoletti verdi".Oppure a Torino c'è la casa di Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, partigiano monarchico, calunniato in vita perché anticomunista. Un 25 aprile partecipai anch'io alla manifestazione organizzata da Francesco Forte. C'era la polizia intorno: i comunisti e gli anarchici non volevano questa celebrazione.Va bene Nettuno, ci inchiniamo al sacrificio di quei vecchi ragazzi americani per i nostri figli.

Fosse per l'ONU lo Stato di Israele sarebbe già morto

di Fausto Carioti
Pubblicato il giorno: 22/04/09
LA CONFERENZA
La conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo si è conclusa con la solita condanna di Israele. Niente da prendere sul serio, visto il tribunale che ha emesso la sentenza. Nel dicembre del 2005, nel quartiere generale dell'Onu, durante l'annuale "Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese" era apparsa una mappa del Medio Oriente. Lo stato di Israele non vi appariva da nessuna parte. Cancellato. Quella cartina aveva il grande pregio della sincerità: fosse per l'Onu, Israele sarebbe già scomparso da un pezzo.Strozzato nella culla, per la precisione. Lo stato d'Israele nacque il 14 maggio del 1948, mentre ancora si stavano ritirando le truppe inglesi. Gli israeliani avevano dato il via libera alla costruzione di una nuova nazione araba già nel 1947, accettando la risoluzione Onu numero 181, che proponeva di instaurare, accanto allo stato israeliano, uno stato palestinese e un'amministrazione internazionale per la città di Gerusalemme. Furono gli stati arabi a respingere l'intesa. Mentre l'Onu stava a guardare, milizie provenienti da Transgiordania, Egitto, Siria, Libano e Iraq, aiutate da unità dell'Arabia Saudita e dello Yemen, aggredirono la «entità sionista». La risoluzione con cui - otto giorni dopo - le Nazioni Unite chiesero di cessare il fuoco non ebbe alcun effetto, e lo stesso avvenne per i tre appelli successivi. Il 28 maggio la città vecchia di Gerusalemme cadde nelle mani della Legione araba transgiordana. L'Onu si era rifiutata di assumerne la difesa prima che terminasse il mandato inglese, lasciando la strada aperta agli aggressori. Così, nonostante nel loro atto costitutivo sia scritto che scopo delle Nazioni Unite è «prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace», l'impegno fu tradito alla prima occasione. Il nuovo stato riuscì a sopravvivere solo grazie ai propri soldati. Nel 1949, siglato l'armistizio con gli arabi, il primo ministro David Ben Gurion commentò: «Se non fosse stato per la nostra opposizione contro gli aggressori che agivano sfidando le Nazioni Unite, la Gerusalemme ebraica sarebbe stata spazzata via dalla faccia della terra».I profughi palestinesiChiusi ambedue gli occhi dinanzi alle ripetute violazioni dei diritti umani compiute ai danni degli ebrei nella parte di Gerusalemme controllata dai giordani, l'Onu fu prodiga di attenzioni per i palestinesi. I quali poterono ottenere lo status di rifugiati anche se non erano stati residenti "abituali" in Palestina, come previsto dal diritto internazionale, ma vi avevano vissuto solo per un paio d'anni. Inoltre continuarono ad essere considerati rifugiati anche dopo aver ottenuto una nuova nazionalità. Furono quindi affidati all'Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), agenzia distinta dall'alto commissariato Onu per i rifugiati e dotata di un budget proprio. Infine, lo status di rifugiato divenne ereditario.Come scrive Carlo Panella, se si fosse applicata la definizione che vale per i profughi del resto del mondo, quelli palestinesi del 1948 e del 1967 oggi sarebbero circa centocinquantamila. «Invece, a causa del triste privilegio che riguarda l'ereditarietà di status, i profughi palestinesi, tra ufficiali e ufficiosi, sono diventati nel 2006 tre milioni e mezzo, forse più». Una pistola carica puntata su Israele: nel 1961 il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser spiegava che «se i rifugiati tornano in Israele, Israele cesserà di esistere».Ricade sull'Onu anche la responsabilità della guerra dei Sei Giorni. Il conflitto fu reso possibile dalla decisione dell'allora segretario generale, il birmano Sithu U Thant, di obbedire a Nasser, che gli aveva intimato di rimuovere le forze delle Nazioni Unite dalla penisola del Sinai, al confine meridionale di Israele. In questo modo, il 22 maggio del 1967, l'Egitto poté bloccare lo stretto di Tiran e il porto di Eilat, impedendo l'accesso al mare a Israele e dichiarando guerra al nemico.Sionismo e razzismoInsomma, è vero che Israele vede nemici dappertutto. Ma è vero pure che ha nemici giurati ovunque, anche dove non ne dovrebbe avere. Iniziando proprio dalle Nazioni Unite. Nel novembre del 1975, ad esempio, l'assemblea generale dell'Onu adottò la risoluzione 3379, con la quale stabilì che «il sionismo è una forma di razzismo». Segretario generale dell'organizzazione era l'austriaco Kurt Waldheim, il quale - si scoprirà nel 1986 - durante la seconda guerra mondiale era stato membro della Wehrmacht, le forze armate della Germania nazista. La risoluzione fu cancellata nel 1991, ma il canovaccio non è cambiato. Dore Gold, ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite dal 1997 al 1999, ha fatto i conti: «L'assemblea generale adotta una ventina di risoluzioni anti-israeliane ogni anno».All'interno dell'assemblea dell'Onu operano poi il Comitato per l'esercizio dei diritti inalienabili dei palestinesi, la Divisione per i diritti dei palestinesi e il Comitato speciale per investigare sulle pratiche di Israele riguardo ai diritti dei palestinesi e degli altri arabi dei territori occupati. Insieme, lamenta il governo israeliano, «spendono più di cinque milioni di dollari l'anno per promuovere quella che può essere considerata a tutti gli effetti propaganda anti-israeliana». La mappa priva dello stato di Israele esposta durante la "Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese" era roba loro.Ma è tutta l'Onu a funzionare in questo modo. La Commissione per i Diritti Umani, che come scrisse il New York Times era composta da «alcuni dei regimi più impegnati a violare questi diritti» (tanto che ha dichiarato fallimento nel 2006), ha dedicato a Israele quasi il trenta per cento delle sue risoluzioni di condanna. E nel Palazzo di Vetro è normale vedere la Commissione per lo Status delle Donne - tra i cui membri figurano stati islamici nei quali la lapidazione delle adultere, le mutilazioni genitali femminili e il divieto alle donne di guidare un'automobile sono prassi corrente - approvare risoluzioni contro Israele per il trattamento riservato alle donne palestinesi.Per decenni, Israele è stato l'unico paese impossibilitato a entrare in quegli organismi dell'Onu, come il consiglio di Sicurezza, per i quali era richiesta l'appartenenza a un gruppo regionale. Questo perché i paesi arabo-musulmani si sono sempre opposti all'inserimento di Israele nel loro gruppo, quello degli stati asiatici, al quale la geografia lo avrebbe assegnato. Così nel 2000 Israele è stato costretto ad entrare, con lo status di affiliato, nel Weog (Western European and Others Group), il gruppo dei paesi europei e delle altre democrazie di stampo occidentale. Ma i problemi restano, perché Israele può partecipare solo ai lavori del Weog che si svolgono a New York, non a quelli di stanza a Ginevra. Il risultato è che Israele continua a non poter far parte di numerosi organismi delle Nazioni Unite, come l'Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale.Gli aiuti ai terroristiPersino i terroristi ricevono dalle Nazioni Unite un trattamento migliore. Gold ha elencato per nome 46 miliziani di Hamas, della Jihad islamica e delle brigate dei martiri di Al-Aqsa legati da stretto rapporto, di studio o di lavoro, con l'Unrwa. Insegnanti di questa stessa agenzia sono stati scoperti a propagandare il suicidio tra i giovani della striscia di Gaza. E non si contano i casi in cui ambulanze e altri veicoli dell'Onu sono stati usati dai mujaheddin per assaltare posti di blocco israeliani o trasportare armi. Ingenuo, del resto, pensare che possa opporsi ai terroristi un'organizzazione che non riesce a dare una definizione ufficiale della parola «terrorismo».Gli stati arabo-musulmani, infatti, hanno una posizione di leadership nel G77, il gruppo di 130 Paesi «in via di sviluppo» che include le peggiori dittature del pianeta: Iran, Siria, Pakistan, Corea del Nord, Cuba… Queste nazioni rappresentano la larghissima maggioranza dei membri dell'Onu e, votando in blocco, tengono in pugno l'assemblea. Così i regimi islamici riescono facilmente a far approvare tutte le risoluzioni contro il governo di Gerusalemme e a far respingere quelle che condannano gli aggressori di Israele. Il risultato è proprio quello che tanto faceva indignare Oriana Fallaci: «L'Onu? Che Onu?!? L'Onu è la summa di tutte le ipocrisie, il concentrato di tutte le falsità».

lunedì 20 aprile 2009

Durban 2: perchè tanto odio ?

Durban 2: perche' tanto odio?

Oggi in Israele avranno inizio le solenni cerimonie per ricordare la Shoa' e questa sera in tutte le case di Israele verranno accese le candele che illumineranno le nostre finestre ininterrottamente fino a domani sera, quasi fosse un messaggio che l'un l'altro ci mandiamo: Ricorda sempre, sempre cio' che e' stato!
Oggi in Svizzera , a Ginevra, avra' inizio la saga dell'odio antiebraico e i festeggiamenti di Durban 2 saranno aperti da Mahmud Ahmadinejad, il presidente iraniano, novello Hitler mediorientale.
Fa ridere il pensiero che l'Europa che minaccia di arrestare generali israeliani per aver fatto la guerra contro il terrorismo palestinese, l'Europa che ha tentato di processare Ariel Sharon al tribunale dell'Aja, questa Europa oggi accoglie con tutti gli onori un uomo che parla di distruggere un paese membro dell'ONU e che nega la Shoa'.
Quest'uomo, questo criminale che fa impiccare donne e gay nel suo paese, che vorrebbe ammazzare ogni ebreo del mondo, aprira' la sessione della seconda conferenza contro il razzismo e l'islamofobia, in favore e promozione dell'antisemitismo.
Quest'uomo, questo criminale e' stato ricevuto dal presidente svizzero in persona.
Che dire? Complimenti alle Nazioni Unite per essere ormai un'organizzazione islamofascista.
Complimenti alla Svizzera che gia' mi stava sulle scatole dopo aver saputo che, durante la Shoa', accettava solo gli ebrei che potevano pagarsi la salvezza, gli altri andassero pure nei campi della morte.
Onore invece agli stati che si sono chiamati fuori da questo festival dell'odio: Italia, Olanda, Germania, Nuova Zelanda, Australia, Canada, Usa e , naturalmente, Israele.
Speriamo che altri se ne aggiungano o che lascino la conferenza all'apparire del demonio iraniano.
Inghilterra e Francia parteciperanno per non venir meno alla nomea di stati piu' antisemiti d'Europa e dobbiamo ringraziare gli dei che in Italia non sia al governo la sinistra che certamente avrebbe partecipato in nome degli affettuosi abbracci tra Prodi e Ahmadinejad e dell'amicizia tra Dalema e hezbollah.
Il mondo arabo sara' presente compatto e gonfio di odio, insieme agli immancabili Neturei Karta, il piccolo , per fortuna, gruppo di ebrei antisionisti e amici di tutti gli arabi che desiderino annientare Israele, amici fraterni e personali di Ahmadinejad.
Al di la' delle presenze e del boicottaggio di Durban 2 quello che preoccupa e' che oggi, nel 21 secolo, a 64 anni dall'assassinio di 6 milioni di ebrei, mentre l'aria d'Europa e' percorsa ancora dagli spiriti di 1.500.000 di bambini ebrei ammazzati, mentre turisti europei piangono uscendo dal mausoleo dei bambini allo Yad vaShem di Gerusalemme, in questa stessa Europa , altri europei trovano normale accettare il fascismo islamico.
Ieri sera Ahmadinejad ha dichiarato al presidente svizzero Hans-Rudolf Merz che Israele e' l'incarnazione del male e Hans Rudolf Merz non ha reagito.
Israele ha richiamato l'ambasciatore svizzero e Bibi Netaniahu ha dichiarato " Sei milioni di persone sono state assassinate in Europa che pare che non abbia imparato niente. Mentre noi commemoreremo i nostri milioni di morti , loro accoglieranno l'uomo che nega la Shoa' e che vuole cancellare Israele dalla mappa del mondo."
Vergogna alla Svizzera.
Vergogna all'ONU.
Vergogna al genere umano.
In Israele un'orchestra di bambini palestinesi che era andata a suonare per i sopravvissuti della Shoa' a Holon , vicino a Tel Aviv, e' stata sciolta dall'ANP e la loro direttrice, un'araboisraeliana, e' stata licenziata ed espulsa dai territori.
Questa e' la voglia di pace palestinese.
Chi ci ama , questa sera, accenda una candela e pensi che se 64 anni fa ci fosse stata Israele, nessuno avrebbe potuto ammazzare un solo ebreo e oggi forse non esisterebbe un mostro come Ahmadinejad.
Mentre a Ginevra questa sera ci saranno manifestazioni contro Israele, odio e ancora odio, giovani e meno giovani colla bava alla bocca e le bandiere palestinesi sventolanti, a Gerusalemme un ragazzo di 16 anni suonera' un vecchio violino custodito a Yad va Shem e appartenuto a Motele Schlein un piccolo partigiano ebreo di 12 anni assassinato dai nazisti.
Ognuno ha i suoi valori e i suoi eroi, noi abbiamo la Vita, Israele e i nostri Figli.
Loro hanno odio, livore, accanimento e morte.


Deborah Fait
www.informazionecorretta.com

We shall overcome

Israel we are with you !

mercoledì 25 febbraio 2009

Il parere di Franco Battaglia

25 Febbraio 2009
UN REGALO A DUE GENERAZIONI
di Franco Battaglia
Il ritorno italiano al nucleare sarà la cosa più importante che si sarà decisa in questo Paese negli ultimi 30 anni. Dobbiamo rendercene conto: la nostra civiltà è fondata sulla disponibilità di energia abbondante, economica e garantita secondo i nostri bisogni. E i nostri bisogni sono che essa deve essere erogata nel momento in cui viene richiesta e con la potenza richiesta. Non aver compreso quanto appena detto ha indotto la sbornia da eolico e fotovoltaico che il mondo, purtroppo, non ha ancora sbollito. Quando accadrà, sarà sempre tardi.
I combustibili fossili contribuiscono all’85% del fabbisogno d’energia primaria dell’umanità. Contribuiscono anche, nel mondo, al 66% del fabbisogno elettrico: per il resto, l’energia elettrica è prodotta da idro (17%) e nucleare (15%). Il restante 2% da geotermia e termovalorizzatori: come vedete, vento e fotovoltaico sono inesistenti (oddio, gli impianti - costosissimi - ci sono: sono solo inutili).L’Italia è messa peggio del resto del mondo: i combustibili fossili soddisfano il 73% del nostro fabbisogno elettrico, l’idro il 10%, geotermia e rifiuti solidi urbani il 3%: anche in Italia, a dispetto dei colossali sperperi del precedente governo su eolico e fotovoltaico, questi sono quasi assenti. Se avete fatto le addizioni, rimane un 13% di fabbisogno: esso è coperto dal nucleare che importiamo dalla Francia. Insomma, nel mondo il nucleare è a +15% da noi, unici al mondo, a -13%. Non avete idea del danno economico che il Paese ha dovuto subire. Per farla breve: è da 20 anni che paghiamo alla Francia, ogni anno, l’equivalente di un reattore nucleare: come dire che un quarto del parco elettronucleare francese l’abbiamo pagato noi contribuenti italiani.
C’è però una ragione più profonda della necessità del ritorno al nucleare in Italia, ed è la stessa della necessità del suo potenziamento nel mondo: bisogna programmare una lenta e dolce uscita dall’economia del carbonio. Non, naturalmente, per via del riscaldamento globale - che è un colossale falso scientifico - ma perché la Terra non è piatta e infinita ma tonda e finita, e finiti sono petrolio, gas e carbone. La loro produzione, cominciata a zero nel passato, ha continuato ad aumentare finché, prima o poi, raggiungerà un picco massimo; che è stato anzi già raggiunto dal petrolio e il gas ci è vicino (il picco del carbone è ancora lontano, grazie alla sua maggiore abbondanza). Quel picco è un grave campanello d'allarme: da esso in poi la produzione della risorsa sarà inferiore alla domanda. O si corre ai ripari o saranno guai che non oso nemmeno immaginare.
I ripari non possono essere né eolico né fotovoltaico perché, per ragioni tecniche, queste tecnologie hanno una sola funzione: fanno evitare la combustione di combustibile convenzionale quando il sole brilla o il vento soffia. Quando il combustibile convenzionale sarà esaurito, non potranno far evitare la combustione di alcunché, e non avranno alcuna funzione. Qualcuno, con poca dimestichezza con la fisica, si illude coi pregi dell’accumulo della energia elettrica prodotta dal vento o dal fotovoltaico: mi spiace deludere, ma non è possibile, e alla prima occasione lo chiarirò.
L’unico riparo possibile è il nucleare: il buon Dio ci ha dato uranio e torio a sufficienza per alimentare il fabbisogno elettrico dell’umanità per oltre 10.000 anni, per cui la nostra civiltà, fondata sulla disponibilità di energia abbondante e garantita, avrebbe ancora lunga vita. Quella dei reattori nucleari è di 60 anni: installarli oggi, significa lasciare un bel regalo a ben due generazioni future. Se in Italia riusciremo a farlo, dovremmo esserne orgogliosi.

Finalmente si torna al nucleare

«Finalmente autonomi È l’unica via del futuro»
di Eleonora Barbieri

Tullio Regge è soddisfatto. L’Italia torna al nucleare. Lui, fisico e matematico, da anni si occupa dell’energia dall’atomo e dei pregiudizi che la circondano.
Italia e Francia hanno firmato l’accordo per costruire quattro nuove centrali. Che ne pensa?
«Sono favorevole al ritorno del nucleare, per varie ragioni. Primo: dipenderemo meno dalle importazioni di combustibile fossile, carbone e petrolio. Secondo: è un’energia pulita. Terzo: è un sistema sicuro. La Francia ha sessanta centrali e non sono mai accaduti incidenti degni di nota».
Si aspettava il ritorno al nucleare?
«Sì. Finalmente l’Italia sarà indipendente. Per il futuro è fondamentale».
E la paura?
«Molti hanno paura dopo Cernobyl, ma quell’incidente è avvenuto per una serie grossolana di errori che, oggi, non sarebbe più possibile».

Per esempio?
«La centrale era moderata a magnesio, il che ha reso il reattore instabile a bassa potenza. Il direttore permise a un gruppo di studiosi di fare esperimenti sul comportamento del reattore: ne abbassarono la potenza fin quasi a spegnerlo e divenne troppo instabile. Quando tolsero anche l’ultima barra di protezione, anziché spegnersi del tutto il reattore esplose».
Non sarebbe più possibile?
«No, i reattori di oggi sono diversi per struttura e sistemi di controllo. Il nucleare non ha mai più dato problemi».
Che cosa la convince di più del ritorno all’atomo?
«Fino a oggi siamo stati troppo poco autonomi. L’Italia ha bisogno di energia e di diversificare le fonti, in caso una si esaurisse o avesse costi troppo elevati. Non detesto il solare: le fonti alternative servono, ma solo per scopi locali, magari per riscaldare una casa in campagna. Diversificare è una norma di prudenza e di saggezza».

La scadenza del 2020 è realistica?
«Sì. Ormai l’esperienza tecnica è enorme, i francesi sono i più nuclearizzati al mondo. Anche sul piano della sicurezza non hanno avuto incidenti significativi».
Già ci sono polemiche. Aumenteranno?
«Garantito. Ci sono persone, soprattutto in Italia, che neanche studiano i dati sul nucleare. Dicono no e basta. Con loro è impossibile discutere».
Perché?
«Credo per convenienze politiche: sfruttano il sentimento popolare antiscientifico, come nella battaglia anti Ogm. Non ascoltano. Quindi meglio ignorarli».
Le scorie saranno un problema?
«No. Uno dei sistemi utilizzati in Francia è fonderle e vetrificarle in una matrice insolubile, col piombo (che assorbe le radiazioni); poi le barre sono calate in cave profonde, dove ci sono depositi di salgemma. Il sale indica che lì non è mai passata acqua, cioè l’unica che potrebbe spargere radioattività».

È soddisfatto?
«Sì. Non transigo sulle misure di sicurezza, che devono essere rigorose. Ma ci sono molte più vittime per il traffico, o per il fumo. In Francia, dove c’è un reattore in ogni dipartimento, il numero di morti per il nucleare è nullo».
Quattro centrali bastano?
«È già buono. Cominciamo, formiamo anche nuovi esperti, tutti italiani. Poi si vedrà».

giovedì 19 febbraio 2009

Fine corsa per una classe dirigente dissociata dalla realtà

Scritto da JimMomo
mercoledì 18 febbraio 2009
Il brusco epilogo della corsa veltroniana (e forse anche del Pd) era scritto in quel magnifico, indispensabile libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola", sulla classe dirigente dell'ex Pci. E' un testo fondamentale per capire il male profondo della sinistra italiana negli ultimi 20 anni.Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario.Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta.E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.